Il ghiottone non perdette tempo. Aiutato da un marinaio, da lui nominato sotto-cuoco, aprì i barili contenenti i viveri e mise sul fornello due pentole di ferro per far sciogliere la neve, non essendo possibile, con quel freddo intenso, trovare una goccia d’acqua.

Poco dopo nella capanna si espandevano dei profumi appetitosi, i quali indicavano come il cuoco non facesse risparmio di condimenti. Alle due pentole che grillettavano allegramente, egli aveva aggiunto dei pentolini entro i quali friggevano certe frittelle, che promettevano di essere deliziose.

Due ore dopo Bisby annunciava, con voce maestosa, che il pranzo era pronto. Tutti si assisero a tavola e assalirono vigorosamente i cibi.

Il cuoco si era fatto onore, fin troppo, poichè se avesse continuato ad ammanire pranzi simili, non avrebbe tardato a dare fondo alle provviste. Una zuppa squisita fatta con brodo di pemmican, del bue in stufato, del maiale arrostito, dei fagiuoli conditi, dei cavoli in aceto, del pesce in salsa piccante e delle frittelle, costituivano la minuta. Il ghiottone vi aveva aggiunto un prosciutto salato, del formaggio, delle frutta secche e parecchie bottiglie.

— Voi mi volete rovinare, disse Wilkye. Il pranzo è delizioso, ma se non vi moderate, consumerete le provviste in due mesi.

— Caccieremo! amico mio, rispose il negoziante, che divorava per quattro.

— Ma la selvaggina può diventare scarsa, Bisby.

— Voi mi spaventate.

— Non ho questa intenzione, vi dico solo per prudenza di essere economo. In questa regione non vi sono provveditori, ci possono toccare centomila disgrazie, possiamo essere costretti a passare fra questi ghiacci molti mesi e forse qualche anno.

— Ma allora cosa accadrà di noi! esclamò Bisby, impallidendo. Corro il pericolo di tornare in America secco come un merluzzo, anzichè grasso come un elefante marino, e di farmi espellere dalla Società degli uomini grassi, anzichè diventarne il presidente.