Wilkye cominciava a diventare inquieto; non aveva preveduto quegli ostacoli che minacciavano di prolungare indefinitamente quella corsa verso il polo. Non era la mancanza di viveri che lo preoccupava, ben sapendo che quello sgelo avrebbe attirato di certo sopra quelle pianure gli uccelli polari e le foche, ma la provvista di petrolio che rapidamente scemava e che non doveva tardare ad esaurirsi, se quella marcia si prolungava.

È bensì vero che poteva sciogliere la sua macchina e convertirla in biciclette, ma sarebbe anche stato costretto a impiegare un tempo tre e forse quattro volte maggiore, e nel ritorno farsi sorprendere a mezza via dai primi geli e dalle prime nevicate.

Nei quattro giorni seguenti, la lor marcia non aumentò. Gli ostacoli crescevano sempre costringendoli ad arrestarsi ad ogni istante per trasportare la macchina al di là delle fessure od a girarle raddoppiando la via.

Il 10 dicembre, poco dopo il mezzodì, giungevano ai piè di quella grande catena di monti che avevano scorto parecchi giorni prima e che avevano chiamati Monti Baltimòra. Dalla loro partenza dalla capanna avevano percorso quattrocentosessanta miglia consumando tre quarti della loro provvista di petrolio ed un buon terzo dei loro viveri, mentre per giungere al polo australe dovevano ancora percorrere circa mille miglia, non avendo raggiunto che il 73° di latitudine.

Il 10 dicembre, poco dopo mezzodì, giungevano ai piedi... (pag 174)

CAPITOLO XIX. L’ultima goccia di petrolio.

Quella catena che tagliava la immensa pianura dal sud-est al nord-ovest, seguendo il 73° di latitudine, formava una barriera gigantesca, che pareva insuperabile per gli esploratori polari. Era un accatastamento enorme di monti coperti di nevi e di ghiacci che alzavano i loro picchi aguzzi come coni o come piramidi per parecchie migliaia di piedi, divisi gli uni dagli altri da profonde vallate, i cui margini parevano tagliati a picco.

Nel centro, un cono colossale, rivestito di ghiaccio dalla base alla cima, lanciava la sua punta a sette od ottomila piedi d’altezza e le sue vallate, trasformate in ghiacciai, vomitavano nella pianura, con boati continui e con sorde detonazioni, degli ice-bergs del peso di migliaia di tonnellate, i quali scivolavano per lungo tratto, abbattendo sul loro passaggio i ghiacci minori.