— Tentiamo, signore, dissero i due velocipedisti.
Risalirono sulla macchina e ripresero la corsa verso il sud-est, in direzione del cono colossale, da loro chiamato monte Bisby, e presso il quale s’apriva la valle notata da Wilkye.
Colà infatti s’apriva come una profonda spaccatura che pareva prodotta da qualche tremenda convulsione vulcanica e saliva verso i piani superiori lambendo due immensi ghiacciai. Il velocipede che procedeva con una velocità di venti miglia all’ora, s’addentrò nella valle che era sparsa qua e là di lastroni di ghiaccio, ma che però aveva dei lunghi tratti che permettevano alla macchina di passare.
Quantunque la pendenza fosse rimarchevole, pure le ruote, dentellate come erano, non scivolavano e procedevano con sufficiente rapidità, trasportando in alto gli esploratori. Ben presto però cominciarono gli ostacoli: i ghiacci senza dubbio scivolati colà dai piani superiori o rovesciati dai vicini ghiacciai, diventavano più numerosi, costringendo Wilkye ed i suoi compagni a discendere per aprire la via al velocipede.
Quelle frequenti fermate facevano perdere un tempo prezioso agli esploratori, i quali vedevano, con grande inquietudine, consumarsi la già tanto scarsa provvista di petrolio ed avvicinarsi quindi il momento in cui sarebbero stati forzati a dividere quel capolavoro della meccanica.
Alla sera non avevano superate che quattro miglia e con infiniti stenti. S’accamparono sui fianchi della montagna, su di una specie di piattaforma che aveva a loro permesso di rizzare la tenda, e dopo una magra cena si addormentarono strettamente avvolti nelle loro pelliccie, essendo lassù il freddo assai pungente.
Tutta la notte però i ghiacciai vicini tuonarono incessantemente, svegliando parecchie volte Wilkye il quale temeva che dall’alto piombassero dei massi di ghiaccio.
Il mattino seguente riprendevano con lena la salita. Per economizzare il petrolio, avevano spento la macchina spingendo innanzi il velocipede che era più d’impiccio che di utilità su quelle chine, le quali diventavano più rapide e più scabrose.
I loro sforzi però non davano che scarsi risultati. Gli ostacoli crescevano ad ogni passo, la pendenza aumentava, i massi di ghiaccio si accumulavano per ogni dove costringendoli ad aprirsi una via colle scuri ed il freddo diventava così intenso, da intirizzirli.
Non fu che verso la sera del 18 dicembre, cioè dopo otto giorni d’incredibili sforzi, che poterono finalmente giungere sulla cima di quella catena, dopo d’aver affrontato cento volte il pericolo di scivolare negli abissi o di farsi schiacciare dai ghiacci che precipitavano dall’alto.