— Mi sento forte, rispose il velocipedista. Preferisco correre tutta la notte piuttosto che riposarmi qui. Quanto distiamo dal polo?
— Forse centoventi miglia; resisterete tanto?
— Sì, risposero i due velocipedisti.
— Allora ripartiamo: domani mattina noi avremo scoperto il polo.
— Avanti, signore!
Risalirono sulle biciclette e ripresero la corsa attraverso al campo di ghiaccio che continuava a fremere ed a crepitare, ma ben presto furono costretti a rallentarla e ad avanzarsi con estrema prudenza. I crepacci si moltiplicavano dinanzi a loro, obbligandoli di frequente a fare dei giri lunghissimi; gli ice-bergs che si rizzavano in forma di grandi massi, sbarravano ad ogni istante la via, costringendoli a fermarsi per trovare dei passaggi; le sporgenze crescevano ad ogni istante minacciando di guastare le gomme delle biciclette, pure si sforzavano a tirare innanzi e nessuno parlava di fermarsi. La speranza di giungere ben presto al polo, infondeva in tutti una energia straordinaria e faceva dimenticare ogni fatica.
A mezzanotte un altro grado era stato superato: sole sessanta miglia li dividevano dal polo. La croce del Sud ormai brillava quasi sopra le loro teste.
S’arrestarono qualche ora per sorseggiare una tazza di thè bollente, essendo il freddo aumentato, poi ripresero la corsa in mezzo ad una moltitudine di blocchi di ghiaccio, che si addossavano gli uni agli altri.
Alle tre del mattino, nel mentre che il sole appariva all’orizzonte, Peruschi, che precedeva i compagni di due o trecento passi, segnalò un’alta montagna che si ergeva verso il sud e poco dopo una superficie azzurro-cupa, che pareva acqua.
— Che il mare libero si estenda veramente attorno ai poli? si chiese Wilkye. Che la supposizione degli scienziati e dei naviganti artici ed antartici sia una realtà? Ah! ora comprendo perchè gli stormi d’uccelli filavano verso il sud!... Animo, amici, il polo è a poche miglia da noi!...