I due velocipedisti, quantunque fossero impressionati da quei continui rombi, lo seguivano sempre, evitando le spaccature e raddoppiando di lena, quando si presentava dinanzi a loro uno spazio piano e senza ostacoli.
D’improvviso il grande banco sussultò fino agli estremi limiti dell’orizzonte e così fortemente, che per poco i tre velocipedisti non caddero di sella. Dopo quella prima scossa che annunciava l’approssimarsi delle tremende pressioni, cominciarono i muggiti, gli scricchiolii, le detonazioni, poi i ghiacci ripresero a sollevarsi ed a spaccarsi, vomitando sul banco immensi getti d’acqua.
Gli ice-bergs, le piramidi, le colonne, le cupole oscillavano come se le loro basi fossero furiosamente scrollate da una banda di Titani; s’alzavano bruscamente, s’abbassavano, poi crollavano con sordo fragore, sfondando, col loro enorme peso, il banco, il quale s’apriva dovunque.
I tre esploratori, impotenti a proseguire la corsa su quella superficie in convulsione, si erano arrestati, e pallidi, malgrado il loro coraggio, gettavano sguardi atterriti su quei ghiacci che parevano pronti ad inghiottirli nei profondi baratri del mare australe.
La morte stava a loro dinanzi, di dietro, a destra ed a sinistra e nulla potevano fare, nulla tentare per sfuggirla. Essi si chiedevano angosciosamente se eran proprio destinati a perire nel momento che stavano per trionfare, nel momento in cui, dopo tante peripezie coraggiosamente affrontate, stavano per piantare il vessillo americano su quel punto situato ai confini del mondo australe che tanti audaci, ma meno fortunati esploratori, avevano tentato per quattro secoli, ma senza riuscirvi, di raggiungerlo.
La tremenda convulsione del campo di ghiaccio durò due ore, lunghe come due secoli per gli esploratori che avevano veduto spaccarsi il ghiaccio fin sotto ai loro piedi; poi le oscillazioni si calmarono, i muggiti e le detonazioni cessarono ed i crepacci si rinchiusero. Il nuovo ghiaccio si era fatto posto, ma quel campo non era più liscio come prima; era coperto di picchi aguzzi, di piramidi, di ondulazioni, di punte, di massi enormi.
— Mi sembra un sogno di essere ancora vivo, disse Blunt, che era ancora pallido. Mai ho veduto la morte così vicina, signor Wilkye.
— Affrettiamoci a raggiungere il polo, disse Peruschi. Io ne ho abbastanza di questi luoghi e sospiro il momento di ritornare al continente.
— Sì, signor Wilkye, disse Blunt. Approfittiamo di questa calma per raggiungere il polo; io non dormirò di certo su questo banco.
— Ma sono quindici ore che non riposate, Blunt, disse Wilkye.