Quel mare, che era perfettamente libero, pareva che dovesse avere una grande estensione, poichè le sue sponde, formate da grandi banchi di ghiaccio, si perdevano verso l’est e l’ovest e non potevansi scorgere quelle opposte. In mezzo, un’alta montagna, che sembrava inaccessibile, essendo tagliata quasi a picco, lanciava la sua vetta a oltre quattromila piedi. I ghiacci e le nevi la rivestivano, ma qua e là mostrava degli spazii aperti, delle rocce rossastre che sembravano di natura vulcanica.
Su quel mare, un numero infinito di pinguini, di diomedee fuliginose, di Micropterus cinereus, di Megalestris anctartici nuotavano o svolazzavano, mentre sulle sponde dei banchi si vedevano centinaia di foche che si scaldavano ai tiepidi raggi del sole, ed in lontananza alcuni orsi simili a quello che aveva assalito Peruschi. Tutti quegli uccelli non parevano affatto spaventati dalla comparsa degli esploratori. I pinguini venivano a giuocherellare vicino ad essi, guardandoli con curiosità ed i volatili volteggiavano in grandi stormi sopra di loro salutandoli con gioconde grida e si posavano a pochi passi senza manifestare il menomo timore. Anche le foche li guardavano placidamente e rimanevano sdraiate ai loro posti.
— Quanta famigliarità in questi animali! esclamò Blunt. Senza dubbio non hanno mai veduto uomini, ed ignorano le armi da fuoco.
— Siamo i primi a giunger qui, disse Wilkye. Ah! amici miei, quanto sono contento di questa scoperta, che gli storici ed i geografi tramanderanno ai posteri. Ormai il polo australe non è più una incognita!
— Ma questo mare, non permetterà a Linderman di giungervi?
— No, disse Wilkye. Questo è un mare interno racchiuso nel cuore del continente, io ne sono certo. Nessuna nave, a meno che non sia fornita di ali o di ruote, mai vi giungerà.
— Quale colpo per l’inglese, quando apprenderà che noi siamo giunti!...
— Se lo ritroveremo! Io temo assai per lui.
— E cosa, signor Wilkye?
— Io non lo so, ma ho dei sinistri presentimenti e sarà prudenza affrettare il nostro ritorno, amici miei.