Mentre il loro compagno, affranto dal male che lo aveva assalito e dalle fatiche, dormiva sotto la tenda, Wilkye e Blunt si erano messi animosamente all’opera.
Smontata una bicicletta, che ormai non era di alcuna utilità, quantunque non possedessero che pochi attrezzi, riuscivano dopo un lavoro di parecchie ore ad accoppiare le altre due. Dopo d’averle private dei manubri e di parte delle sterze formarono una specie di lettiga, sopra la quale stesero le loro pelli d’orso e le coperte.
Privandosi delle biciclette, la loro marcia doveva diventare infinitamente più lenta, ma almeno potevano condurre con loro il disgraziato Peruschi, senza essere costretti a trasportarlo sulle loro braccia.
All’estremità della lettiga appesero le loro scarse provviste e attesero l’indomani per riprendere il cammino verso la costa.
Al mattino, sdraiato l’ammalato sulla lettiga... (pag. 234).
CAPITOLO XXV. Le vittime del Polo.
Quella notte il freddo fu più intenso del solito: il termometro esposto all’aperto, discese a -30° subito dopo il tramonto del sole e la piccola lampada dovette bruciare senza interruzione, per mantenere sotto la tenda una temperatura di -20°.
Per la prima volta provarono i primi sintomi della congelazione, malgrado le loro grosse vesti, le coperte di lana e la pelle d’orso che li copriva. Blunt, essendosi addormentato senza i guanti di pelle, corse il pericolo di perder entrambe le mani e Wilkye, che erasi accorto a tempo, dovette faticare non poco a riattivargli la circolazione del sangue, mediante delle energiche frizioni con della neve e poi con degli stracci di lana.