Ad un tratto questa s’inabissò bruscamente, formando una specie di vortice.

— Macchina indietro! comandò il capitano.

La Stella Polare percorse una dozzina di metri trasportata dal proprio slancio, poi s’arrestò.

L’equipaggio, vivamente impressionato, scrutava attentamente le acque per vedere se il cetaceo appariva, temendo che sorgesse improvvisamente sotto la goletta.

— Macchinista, attenzione! gridò ad un tratto il capitano.

A cinquanta metri dalla goletta, fra due larghe ondate, si scorgeva un remolìo che sempre più si accentuava e si estendeva. Poco dopo apparve un punto nero: era l’estremità del muso della balena; indi apparvero gli sfiatatoi, i quali lanciarono in aria una doppia colonna di vapore biancastro, che saliva in forma di V.

— Sperona Waldek! gridò il capitano Bak.

La Stella Polare si precipitò innanzi a tutto vapore, colla velocità di venti nodi all’ora. D’improvviso avvenne un urto violento che fece stramazzare sul ponte l’intero equipaggio, e la goletta s’inchinò a poppa, ma trasportata dallo slancio e dalle turbinose evoluzioni dell’elica, balzò innanzi, s’inchinò verso prua come se passasse sopra un banco, e proseguì la marcia.

Quasi nel medesimo istante che passava sul dorso del cetaceo, un uomo che si era curvato sul bordo per meglio vedere quell’attacco, spinto innanzi da quell’urto impetuoso, piombava nel vuoto.

Quella caduta era stata così improvvisa, che quel disgraziato non aveva nemmeno avuto il tempo di emettere un grido, e per colmo di sventura, nessuno lo aveva veduto.