— È impossibile: comanderete la riserva dei marinai.
— Ci anderò per mio conto.
— A piedi?
— Colla mia pelle di bisonte.
— Quando giungeremo sulla terra di Graham, rinuncierete al vostro pazzo progetto... Ecco che la campana ci chiama a cena.
— Pronto, urlò Bisby. L’albatros è mio!.....
Mentre il capitano, Lindermann, Wilkye ed i due velocipedisti assalivano la cena e Bisby si accaniva contro un gigantesco pezzo di albatros preparato in salsa piccante, ma che non voleva lasciarsi masticare dai denti del ghiottone, tanto era coriaceo, la Stella Polare continuava ad avanzarsi nel cuore dell’oceano australe.
La prima flottiglia di ghiacci era scomparsa, ma parecchie altre apparivano in tutte le direzioni. Erano montagne di dimensioni enormi, vasti campi di ghiaccio, dei veri ice-fields, sormontati da cupole bizzarre che sembravano rovine di moschee o torri di mole gigantesca.
Non si vedevano, però, nemmeno in quelli, i bizzarri frastagliamenti che si osservano nei ghiacci boreali e tutti conservavano quelle bizzarre arature, quei solchi che si notano nei grandi massi delle regioni australi.
Quei colossi sfilavano silenziosamente verso il nord come fantasmi immani, lasciandosi trasportare dal movimento delle onde che volge verso le terre dell’America meridionale. Di tratto in tratto qualche montagna, corrosa alla base dall’acqua che conservava ancora un po’ di tepore, perdeva bruscamente l’equilibrio e piombava in mare con un tonfo assordante, sollevando un’ondata mostruosa, la quale andava a rompersi con cupo fragore contro gli altri ghiaccioni.