Il capitano Bak aveva fatto accendere due lampade a magnesio munite di potenti riflettori, ma quella luce somigliante a quella che producono le lampade elettriche, non si disperdeva e restava, come il fumo, imprigionata fra quella pesante umidità.

Il pericolo intanto cresceva. Al largo si udivano sempre più frequenti i cupi cozzi delle montagne di ghiaccio, i lunghi scricchiolii dei piccoli banchi e di quando in quando dei tonfi orribili, che annunciavano la caduta di qualche colosso. Allora delle ondate spumeggianti correvano fra il nebbione e venivano a infrangersi con paurosi muggiti contro i fianchi della nave. Alle tre del mattino, fu veduto uno di quei colossi a breve distanza dal tribordo. Fu un momento d’inesprimibile angoscia per tutto l’equipaggio, il quale si trovava in coperta armato di buttafuori.

Il capitano Bak aveva dato il comando di: macchina indietro! La Stella Polare, che forse correva il pericolo o di investire o di farsi stritolare da quel colosso che si distingueva vagamente fra l’oscurità, retrocesse a tutto vapore, ma ricevette un tale urto, che la stiva rimbombò come se nel suo interno fosse scoppiata una granata.

Wilkye, Linderman e Bisby, svegliati di soprassalto, i due primi semi-vestiti e il terzo avvolto nella sua famosa pelle di bisonte, s’affrettarono a salire in coperta, credendo che la goletta si fosse arenata o fosse stata sfondata da qualche ice-berg.

— Cosa succede? chiese Linderman, che pareva avesse perduto il suo sangue freddo.

— Succede, signore, che noi siamo circondati dai ghiacci e che siamo stati urtati, rispose ii capitano.

— Ma dove ci troviamo noi?

— Lo ignoro io stesso, signore; da tre ore la bussola non dà più esatte direzioni e pare che sia impazzita.

— Forse al polo s’alza un’aurora australe, che questo nebbione ci impedisce di scorgere, disse Wilkye. Voi sapete che quel fenomeno meraviglioso altera le bussole, specialmente quando le navi s’avvicinano al polo magnetico.

— Ma non siamo che al 61° di latitudine.