— Cercano di entrare nel fiume.

— Vediamo.

Wan-Stael strisciò fra le piante e giunto all’estremità dell’isolotto si curvò innanzi, cercando però di non farsi scorgere.

La piroga aveva girato il banco di sabbia e si avanzava lentamente e con precauzione lungo la sponda destra, cercando di non arenarsi sui bassifondi.

Alcuni uomini scandagliavano l’acqua coi remi per accertarsi della profondità, mentre altri cercavano di discernere i naufraghi, celati fra le piante dell’isolotto. Si udivano a parlare ad alta voce, e si vedevano agitarsi ora a prua ed ora a poppa.

Quei selvaggi erano tutti di statura alta, bene sviluppati ed a prima vista sembravano africani avendo la pelle fuliginosa, ma con dolci sfumature rosso-cupe od olivastre; avevano anche i tratti del viso più eleganti, il naso regolare e non schiacciato, labbra sottili, bocca piccola, volto ovale. I loro capelli erano abbondanti, lanosi, raccolti attorno ad un grande pettine di legno dipinto di rosso.

Il loro vestito si componeva d’un semplice sottanino, chiamato da loro tiidako, fabbricato colle fibre d’una corteccia d’albero, ma avevano abbondanza d’ornamenti: collane di denti di maiale e di scagliette di tartaruga e braccialetti di spine di pesce e di conchiglie.

Uno solo indossava una specie di camicia di tela rossa, ma quello doveva essere il koranas, ossia il capo.