— No, Cornelio. Quantunque privo del suo guscio, che fu la sua culla e che dovrebbe essere anche la sua cassa mortuaria, il povero anfibio vive. Va a nascondersi in qualche fessura che diventa il suo ospitale, rifà la pelle scorticata dall’avido cacciatore ed a poco a poco il suo guscio, il quale però non sarà più così bello, nè così liscio come il primo.
— Poveri anfibi!... Perdono la casa e rifanno un abituro forse incomodo.
— Pure vivono, trascinando il loro corpo deforme ed il loro guscio imperfetto, lungo le sponde dei fiumi.
— Deve essere un martirio atroce, zio, disse Hans.
— Certo, specialmente quando si sentono scorticare dal coltello del cacciatore e privare della loro casa protettrice. Wan-Horn, dimentichi la colazione.
— È vero, capitano, disse il marinaio.
Aiutato dal chinese raccolse parecchi rami secchi e accese un allegro fuoco. Quando furono semi consumati, prese una testuggine, la decapitò con un colpo di coltello e senza estrarla dal guscio la depose sui carboni ardenti.
Ben presto un odore appetitoso si sparse nella foresta. La testuggine si cucinava nel suo guscio, friggendosi nel proprio grasso.
Quando fu cotta appuntino, il marinaio l’aprì con pochi colpi di scure, e depose quella massa di carne deliziosa e profumata dinanzi ai suoi compagni.
Non sarebbe necessario il dire che tutti fecero onore all’arrosto, dopo venti ore di digiuno. Ne divorarono mezzo, mettendo il restante in serbo pel pranzo.