L’arma piombò con forza irresistibile sulle scaglie del mostro, troncando nettamente il corpo a due metri dalla coda. Colpito a morte, svolse rapidamente le anella lasciando cadere il chinese, e quantunque così mutilato e sanguinante, si volse contro quel nuovo nemico emettendo sibili di rabbia.

Wan-Stael però non era uomo da spaventarsi. Retrocesse rapidamente per non venire investito, poi la sua scure piombò per la seconda volta sul serpe, il quale cadde sull’erba col cranio fracassato, contorcendosi disperatamente.

— Mio povero ragazzo! esclamò il brav’uomo, precipitandosi verso il chinese. Ti ha spezzato le costole?

— No, signore, rispose il pescatore, con voce rotta. Mi ha mezzo soffocato, ma mercè il vostro pronto intervento mi ha risparmiate le ossa.

— Non ti eri accorto del suo assalto? Non lo avevi veduto?

— No, signore. Volgevo le spalle al cespuglio e tutto d’un colpo mi sono trovato fra le spire del serpente. Ah! che paura, capitano!

— Lo credo, mio povero giovanotto. Fortunatamente sono giunto a tempo per spacciarlo.

— Ah zio! esclamò Cornelio. Non ho mai provato un terrore simile; mi sono sentito mancare le forze.

— Lo credo; questi serpenti fanno più paura delle tigri. Còricati e riposa, Lu-Hang e noi mettiamoci al lavoro prima che giunga notte.

Wan-Horn, che si era riavuto dallo spavento, si mise animosamente all’opera. Afferrò il grosso randello preparato dal capitano, somigliante ad una mazza, e si mise a pestare la midolla rosea del sagu, che si trovava nel pezzo di tronco ancora piantato in terra.