La loro forza muscolare è così potente, che stritolano fra le loro viscose anella dei buoi, spezzando a loro le robuste ossa, e la loro vitalità è così potente che talvolta, anche dopo uccisi, per parecchie ore trattengono la preda.

Schouten, nel suo viaggio in India, narra a questo proposito il seguente fatto.

Durante la raccolta del riso, alcuni contadini del Malabar avevano lasciato nella loro capanna un ragazzo, il quale, essendo malaticcio, non poteva seguirli nei campi.

Essendo il ragazzo uscito, era stato sorpreso da un pitone gigante, mentre erasi addormentato all’ombra di una palma. Tornati i contadini, udirono dei gemiti soffocati, ma sulle prime non vi fecero caso; continuando però, uscirono dalla casa e videro il mostruoso serpente che stava ingoiando la preda ancora vivente. Il padre del ragazzo, fattosi animo, afferrò una scure e tagliò a metà il serpente, ma questo, sebbene mozzo, continuò a ritenere il ragazzo, il quale non fu estratto dalle spire che dopo parecchie ore ed affatto privo di vita.

Questi serpenti vivono per lo più nelle foreste calde e umide e là attendono la preda, o sospesi a qualche grosso albero mercè la loro coda prensile o appiattati in mezzo ai cespugli. Preferiscono celarsi presso i fiumi, per sorprendere gli animali che vanno a dissetarsi.

Quantunque non siano molto grossi, pure sono capaci di inghiottire delle prede che pesano venti volte più di loro e che sono dieci o quindici volte più voluminose, essendo straordinaria la dilatabilità delle loro mascelle. Assorbono, per così dire, la preda tutta d’un pezzo, non avendo unghie per lacerarla, impiegando però molto tempo, delle giornate intere e qualche volta perfino una settimana.

Il pitone che aveva sorpreso il giovane pescatore era uno dei più giganteschi, poichè misurava almeno sei metri. L’orribile rettile, che forse dormiva in mezzo a quel fitto cespuglio, accortosi della vicinanza della preda, era strisciato fuori senza produrre alcun rumore, e con una mossa fulminea l’aveva avvinto fra le formidabili spire. Il disgraziato chinese, quasi soffocato da quelle anella che cercavano di stritolarlo, pallido come un cadavere, cogli occhi schizzanti dalle orbite, agitava disperatamente le braccia rimaste libere, tentando di respingere la testa del serpente, il quale faceva vibrare su di lui la lunga lingua biforcata.

Cornelio, Hans e lo stesso Wan-Horn, paralizzati dal terrore, erano rimasti come inchiodati al suolo, ma il capitano si era slanciato innanzi impugnando una scure. Egli sapeva che un momento di ritardo poteva essere fatale pel povero chinese, le cui ossa già scricchiolavano sotto la potente stretta.