— E se non fossero loro? chiese Wan-Horn. Non commettiamo imprudenze, signor Cornelio, senza essere certi che siano proprio i nostri compagni.

— È vero, Horn, ma non possiamo restare qui.

— Tutt’altro, ci avanzeremo, ma con precauzione.

— Silenzio ed avanti.

La fiamma continuava a brillare e si dilatava sempre più, spandendo un vivo chiarore fra gli alberi della foresta. Cornelio ed il marinaio, tenendo in mano i fucili per essere pronti a qualunque evento, si misero a strisciare verso quella direzione, procurando di non far rumore. Giunti a trenta passi da quel fuoco, s’arrestarono di comune accordo, facendo un gesto di collera e di sorpresa.

Seduti intorno ad un falò, dodici papuasi stavano discutendo animatamente, mentre un tredicesimo, legato solidamente con parecchie liane, stava coricato fra le erbe, facendo sforzi disperati per liberarsi da quelle corde vegetali.

I primi erano tozzi, muscolosi, coi petti ampii, i volti duri ed angolosi come quelli della razza malese, la chioma ricciuta ed abbondante, i denti assai acuti e anneriti per l’uso del bétel[11] e la pelle color del rame, ma smorta e sucida.

Erano completamente nudi, ma portavano un osso passato fra le cartilagini del naso ed erano armati di pesanti mazze, di lancie colla punta d’osso e di archi.

Il prigioniero, poichè doveva essere tale, era invece di statura più alta, col volto ovale e regolare, con una chioma copiosa, lanosa, sorretta da un largo pettine di bambù ed aveva la pelle nera come quella degli africani.

Aveva le braccia ed il collo adorni di braccialetti di rame, di catenelle, di collane di denti e di nocciuoli, il petto coperto da una strana fascia di foglie di kakada e alla cintola portava una specie di sottanino di cotone rosso, il quale, sul dinanzi, gli scendeva in forma di grembiale.