I chinesi e sopratutto i malesi vengono quindi ad acquistarli nella Nuova Guinea o alle isole Arrù, non essendovene in altri luoghi e li pagano bene, guadagnando molto. I papuasi, perciò, fanno a quegli splendidi volatili una guerra accanita.

Per non guastarli o rovinare le penne colle freccie, si servono della cerbottana, lanciando dei sottili cannelli, muniti all’estremità superiore d’una pallottola di creta, o di archi che lanciano delle freccie formate con nervature di foglie di latanieri.

Talvolta invece spiano l’albero fra i cui rami gli uccelli vanno a dormire, lo salgono durante la notte e ai primi albori lanciano i loro proiettili. La pallottola di creta basta per stordirli e farli cadere.

— I furbi!... esclamò Cornelio.

— Come ben potete immaginare, con simile guerra accanita, gli uccelli cominciarono a diventare diffidenti e rari; i papuasi allora pensarono di ricorrere all’inganno.

Cambiando, gli uccelli, le penne una volta ed anche due all’anno, gl’indigeni le raccolgono con somma cura, poi prendono delle colombe od altri uccelli bellissimi e somiglianti ai primi e vi accomodano quelle splendide piume dai colori smaglianti. Sanno imitarli così bene e con tanta valentia, che è molto difficile accorgersi dell’inganno, e vi assicuro che molti musei di zoologia possiedono delle parozie e delle colombe, credendo in buona fede d’avere dei veri uccelli del paradiso.

— E i malesi lo sanno?

— Non ignorano che i papuasi falsificano quei volatili, ma non sanno distinguerli dai veri.

— Così il nostro amico papù, con queste penne fabbricherà due nuovi uccelli.

— E anche quattro, signor Cornelio, e otterrà in cambio delle ghiottonerie o delle bottiglie di liquori o delle armi.