Cornelio e Hans lo seguirono e giunsero sotto alcuni colossali durion. Colà, con grande angoscia, scorsero a terra alcuni pani di sagù che parevano fossero stati schiacciati, delle palle di fucile, un pezzo della giacca del capitano e che pareva fosse stato violentemente strappato, un cappello che riconobbero appartenente al chinese, poi alcune freccie infisse nei tronchi degli alberi, una mazza semi-spezzata e dei cordami di fibre di rotang.
— Cos’è accaduto? esclamò Cornelio, con voce rauca.
— Qui si è combattuto! esclamò Horn, strappandosi i capelli. I selvaggi hanno assalito i nostri compagni!...
— E forse mio zio, mio fratello, il Chinese sono stati uccisi.
— No..., aspettate!...
Il marinaio si era precipitato fra le erbe e aveva raccolto un pezzo di carta semi-strappato, che giaceva ai piedi di un arecche. Sopra vi erano delle parole scritte colla matita.
— Leggete, signor Cornelio, diss’egli.
Il giovanotto lo spiegò e lesse:
“Rapiti dai selvaggi: ci portano verso la Durga. — Wan-Stael„.
— Sono stati sorpresi e fatti prigionieri, disse il marinaio. Ma da chi?... Dai Papuasi o dagli Arfaki?... Che li serbino schiavi o che li mangino più tardi?... Uri-Utanate!...