Il capitano, Hans ed il giovane pescatore, rimasti nel boschetto di noci moscate, invano avevano atteso il ritorno dei cacciatori, lanciati sulle tracce del babirussa.
Dapprima non si erano inquietati, credendo che l’animale li avesse condotti assai lontani, ma vedendo trascorrere le ore senza che apparissero, cominciarono ad agitarsi ed a temere che fosse a loro toccata qualche disgrazia.
Trovandosi in paese selvaggio, abitato da tribù ostili, sospettose e talune antropofaghe, e anche popolato da non pochi animali feroci, i loro timori non potevano essere infondati.
Il capitano, le cui apprensioni crescevano vedendo il sole volgere al tramonto, decise di mettersi in cerca dei disgraziati compagni. Dopo di avere raccomandato ad Hans ed al chinese di non abbandonare il boschetto e di vegliare attentamente, si mise in marcia verso il sud, seguendo le tracce del babirussa, ma avendo anche la precauzione di segnare gli alberi alla sua destra, vibrando di tanto in tanto dei colpi di scure sui loro tronchi per poter ritrovare la via percorsa.
S’inoltrò nella foresta per parecchi chilometri, ma procedendo a casaccio, avendo ben presto smarrite le traccie dell’animale e lanciando di tratto in tratto delle tuonanti chiamate, ma senza ottenere risposta alcuna.
Declinando il sole e temendo di non ritrovare più la via percorsa, fu costretto, suo malgrado, a ritornare, sperando che i compagni fossero già giunti al boschetto percorrendo altro tratto di foresta.
La sua disperazione fu al colmo quando non vide che Hans ed il chinese.
— Si sono smarriti, disse. Cosa sarà di loro? Gl’imprudenti, nella fuga dell’inseguimento, hanno dimenticato di fare delle incisioni agli alberi e chissà dove saranno ora.
— Non possono essersi molto allontanati, zio, disse Hans. Il babirussa perdeva sangue e non può aver percorso molta via; forse ritorneranno più tardi.
— Ma la foresta è immensa, Hans, ed è facile perdersi fra migliaia e migliaia di alberi.