Verso il mezzodì parecchi stormi d’uccelli erano stati veduti alzarsi sopra quei boschi e volare verso il settentrione. Erano bande di pappagalluzzi grossi come tortore, colle penne gialle, verdi ed azzurre, appartenenti alla specie dei trichoglosses; poi bande di chionis-alba, specie di colombe, ma un po’ più grosse delle nostre e colle penne biancastre: di milvus, specie di falchi colle penne screziate di bianco e di nero, di kakatoe e di colombe magnifiche, splendidi volatili grossi come un fagiano, colle piume del petto d’un azzurro brillante a riflessi ramigni, e quelle del dorso verdi cupe a riflessi d’oro con screziature gialle.
Se quegli uccelli abbandonavano quei boschi in così gran numero, ci doveva essere un grave motivo. La presenza di pochi selvaggi non li avrebbe di certo spaventati.
Più tardi il capitano e Cornelio, che si erano accampati in cima alle roccie per sorvegliare la pianura, avevano pure veduto uscire da quei boschi parecchi warrangal e fuggire verso il sud. Quei cani selvaggi, che chiamansi anche dingo, somigliano più alle volpi che ai lupi, ma sono forti, tarchiati, con una lunga e folta coda e non temono l’uomo se sono in parecchi. Se fuggivano, ciò indicava che quel bosco per loro non era più sicuro.
Verso sera, anche alcuni casoari, grossissimi uccelli che raggiungono un’altezza di un metro e sessanta, ma che invece di ali possiedono dei moncherini che non permettono a loro di volare, furono veduti fuggire attraverso alla pianura a tutta corsa.
— Mio caro Cornelio, disse il capitano, le cui inquietudini aumentavano, credo che ci si prepari una brutta notte.
— Temi un assalto?
— Sì, ragazzo mio.
— Siamo in quaranta, zio.