— È troppo presto e si guasterebbe.
— Siamo in un brutto imbarazzo, zio. Credi tu che i chinesi dormiranno a terra? Ho i miei dubbi.
— Li costringerò, dovessi usare la forza; se gli antropofaghi ci vedono in grosso numero, possono frenarsi, ma se si trovano di fronte a noi quattro, non esiteranno ad assalire il campo. Scendiamo, Cornelio.
La notte era scesa, ma una notte oscura come il fondo di un barile di catrame, essendo il cielo coperto di grandi nuvoloni, che un vento caldo spingeva sopra il golfo di Carpentaria. La luna era già scomparsa e anche le ultime stelle stavano per venire nascoste.
I chinesi avevano già sospeso il lavoro, e dopo d’aver divorato la cena, si erano aggruppati sulla spiaggia, discutendo animatamente col vecchio marinaio e con Hans. Non volevano saperne di rimanere a terra e tutti dichiaravano di volersi ritirare a bordo della giunca.
Quando il capitano e Cornelio giunsero al campo, avevano già messo in acqua le scialuppe che erano state tirate sulla spiaggia, e malgrado le minaccie di Wan-Horn stavano imbarcandosi. Vedendo però Wan-Stael non osavano prendere i remi per allontanarsi.
— Dove andate? chiese questi, armando risolutamente il fucile.
— A bordo, risposero alcuni.
— A bordo!... Massa di poltroni, abbandonate qui il trepang!... Sbarcate, o il primo che tocca un remo lo uccido come un cane. Qui ci stiamo noi e resterete anche voi.
— Ma i selvaggi ci minacciano, signore, disse un capo pescatore.