— E minacciano pure il mio trepang e ci tengo a non perderlo, rispose Wan-Stael. A terra, vi ripeto!...

— Difendetevelo voi il vostro trepang, gridò una voce.

— Eh, furfante, vieni qui a ripetermi la frase, se tu l’osi, o lascia che io veda il tuo viso, disse il capitano che perdeva la sua calma.

Nessuno rispose, ma nessuno si mosse per ridiscendere a terra.

— Ah! voi vi ribellate!... riprese il capitano. Wan-Horn, Cornelio, Hans, sbarcate le spingarde e se questi uomini tentano di allontanarsi, fate fuoco sulle scialuppe.

Il marinaio ed i due fratelli non si fecero ripetere l’ordine. Aggrappatisi ai bordi delle scialuppe, con due vigorose spinte le arenarono sulla sabbia della spiaggia e sbarcarono le due spingarde.

I chinesi, che avevano forse più paura del loro capitano che dei selvaggi, pur brontolando, non indugiarono a ridiscendere a terra. Del resto si sentivano più sicuri in compagnia dei bianchi che soli anche a bordo della giunca.

Wan-Stael, per animarli un po’, fece spillare un barilotto di sam-sciù, specie d’acquavite che si fabbrica in China con riso fermentato, e ne distribuì a tutti senza economia. Se sapeva farsi temere da quei turbolenti marinai, sapeva anche farsi amare.

— Animo, diss’egli. Non siamo poi tanto pochi da lasciarci mangiare in un solo boccone dagli australiani, e nè le armi, nè la polvere, nè le palle ci fanno difetto. Mostriamo a quei bruti come si difendono gli uomini di mare.

Quelle parole incoraggianti produssero poco effetto, però, sull’equipaggio chinese, il quale invece di accamparsi presso i fornelli e intorno al trepang, si tennero presso la spiaggia per essere più pronti ad imbarcarsi. Decisivamente gli olandesi non dovevano fare alcun conto su quegli uomini già invasi dalla paura e più pronti a fuggire che a porgere a loro qualsiasi aiuto.