I chinesi però, quantunque ancora mezzi ebbri, non cadevano senza difesa. Addossati gli uni agli altri, si difendevano disperatamente colle schiumarole, cogli arpioni, coi coltelli, coi tizzoni accesi raccolti nei fornelli, coi sassi, coi pugni e persino coi calci, cercando di ributtare gli assalitori e di raggiungere il capitano ed i suoi compagni.
Parecchi antropofaghi erano caduti e si dibattevano fra le strette dell’agonia, ed altri, gravemente feriti dagli arpioni o coi volti abbruciati dai tizzoni, si trascinavano sulla sabbia emettendo lugubri urla, ma i chinesi cadevano a tre a quattro alla volta.
Due volte Wan-Horn aveva scaricate le spingarde delle scialuppe col pericolo di uccidere contemporaneamente nemici e marinai, e due altre volte Wan-Stael aveva tentato di aprirsi il passo fra le orde per portare un soccorso al disgraziato equipaggio, ma senza felice esito.
Anzi, un centinaio di quei bruti, volendo finirla anche coi bianchi ed esterminare i chinesi caricati nella scialuppa, che assistevano alla pugna senza osare di muoversi, si scagliarono verso la spiaggia.
Non vi era un istante da perdere. Ormai l’equipaggio che si trovava a terra era perduto senza speranza di salvarlo, tanto più che era già stato quasi tutto distrutto.
Se i selvaggi riuscivano ad impadronirsi anche delle scialuppe, nessuno avrebbe più potuto raggiungere la giunca.
— A me, Horn!.... gridò il capitano. A me, Hans, Cornelio!... Cerchiamo di salvare gli uomini della scialuppa!...
Si gettarono furiosamente addosso ai selvaggi, servendosi dei fucili come di mazze, fracassando le lancie ed i boomerangs. Per alcuni istanti riuscirono a respingerli, ma quei mangiatori di carne umana tornavano alla carica incoraggiandosi con urla feroci.