Si aggiravano intorno alle scogliere vociferando, misuravano la profondità dell’acqua colle loro lancie, sperando di trovare dei banchi che si prolungassero fin sotto la giunca, e scagliavano i loro boomerangs e ciottoli, ma senza riuscita, poichè quei proiettili non giungevano a destinazione, in causa della distanza che superava i trecento metri. Tuttavia non parevano disposti ad allontanarsi e continuavano a scagliare armi e sassi, a urlare ed a minacciare.
Hans e Cornelio non restavano però inoperosi. Di tratto in tratto sparavano sui più audaci, e le loro palle non andavano perdute, poichè degli uomini stramazzavano sulla spiaggia per non più rialzarsi. Anche la spingarda di tratto in tratto tuonava e le sue pallottole foracchiavano i magri dorsi od i ventri prominenti di quei bruti.
— Lasciateli urlare a loro comodo, disse il capitano. Per ora non oseranno assalirci; occupiamoci invece a disincagliare la giunca, nipoti miei.
— Cosa dobbiamo fare, zio? chiesero i due bravi giovanotti.
— Innanzi tutto getteremo un’àncora a poppa per impedire che qualche ondata sollevi la giunca e la spinga verso la spiaggia. Ciò forse non accadrà, poichè siamo incagliati troppo bene, ma le precauzioni non sono mai troppe.
— Abbiamo ancora un ancorotto, disse Wan-Horn. Sarà sufficiente per trattenere la nave.
— Poi spiegheremo le vele per essere pronti a lasciare questa baia, appena galleggieremo.
— Si può alleggerire la nave, capitano, disse il marinaio. Abbiamo più di venti botti d’acqua nella stiva e quindici tonnellate di zavorra.
— Getteremo tutto in acqua. Che uno di noi vegli sul ponte accanto alla spingarda, per non farci sorprendere da quei feroci antropofaghi.
— Lasceremo Lu-Hang, disse Cornelio.