— Hans, Cornelio, Lu-Hang, nella stiva! gridò il capitano, con voce rotta. Triste fatalità che pesa su noi!...
Scesero tutti e quattro a precipizio nella stiva, col cuore stretto da un’angoscia inesprimibile, le fronti imperlate d’un freddo sudore. Sfuggiti ai denti degli antropofaghi mentre già si credevano salvi, stavano ora per venire inghiottiti dai flutti del golfo di Carpentaria, e nel momento in cui la tempesta stava per assalirli!...
Giunti in fondo alla scala, s’arrestarono. Wan-Stael, che era dinanzi a tutti, aveva messo un piede in acqua.
— Un lume!... diss’egli.
Lu-Hang, che era l’ultimo, risalì in coperta, scese nel quadro di poppa e ritornò con una lanterna accesa.
— La stiva è inondata! esclamarono Hans e Cornelio, impallidendo.
Infatti la stiva della giunca era coperta d’acqua, la quale si precipitava ora verso babordo ed ora verso tribordo con sordi e paurosi muggiti, frangendosi contro i puntali e contro i piedi degli alberi di trinchetto e di maestra. Come era entrata?... Si era aperta una via d’acqua in causa della cattiva costruzione della nave o qualche madiere si era spezzato durante l’arenamento?...
Wan-Stael, pallido per l’emozione, colla fronte aggrottata, gettava sguardi disperati a tribordo, a bordo, a prua ed a poppa, cercando, ma invano, di scoprire l’apertura.
— Ebbene, zio? chiese Cornelio, possiamo ancora salvare la nave?
— È impossibile! rispose Wan-Stael, facendo un gesto di rabbia. È troppo tardi!