Essendogli rimasto un braccio libero, afferrò il rettile sotto la testa e lo torse come fosse una pagliuzza, ma le spire non si sciolsero, anzi strinsero con maggior vigore, facendo scricchiolare la potente ossatura dell'uomo dei boschi.
Quella stretta doveva essere stata tremenda, poichè si vide lo scimmione dilatare spaventosamente la bocca come se l'aria fosse per mancargli, ed i suoi occhi, che mandavano sinistri bagliori, quasi uscire dalle orbite.
La sua robusta mano afferrò la testa del rettile e la schiacciò come fosse una nocciuola, poi coi piedi armati di quelle unghie robuste che con un solo colpo sventrano un uomo, si mise a lacerargli la coda, facendola a brani.
Il serpente sibilava di rabbia, perdeva sangue dalle due estremità, ma ancora non si decideva ad abbandonare l'avversario, e pareva che approfittasse dell'ultime convulsioni dell'agonia per raddoppiare la stretta irresistibile.
Ad un tratto si sentì come uno scricchiolìo d'ossa infrante, e rettile e mias caddero entrambi a terra, ancora strettamente avvinti.
— Morti? — chiesero il marinaio ed il mozzo, che avevano seguito, con viva ansietà, le fasi di quella tremenda lotta.
— Mi pare di udire ancora la respirazione del mias, — rispose il veneziano. — Sarà cosa prudente lanciargli una freccia, prima di scendere. —
Alzò la cerbottana e soffiò dentro con forza. Il dardo silenzioso partì rapido e andò a conficcarsi nel petto dell'uomo dei boschi.
Si udì un sordo grugnito, ma poco dopo la respirazione della scimmia gigante cessava.
— Ora possiamo discendere, — disse Albani.