Quantunque appena sfuggito al tremendo pericolo e solo, su quel mare che era forse abitato dai feroci pesci-cani, mostri comunissimi nelle acque della China e della Malesia, pareva tranquillo.
Nuotava con sovrumana energia, alzandosi sulle onde per gettare all'intorno dei rapidi sguardi, e fra una battuta dei piedi e delle mani, gridava:
— Ohe!... Da questa parte! —
Nessuno però rispondeva alla sua voce, all'infuori dei gorgoglii delle acque ancora agitate dal gorgo scavato dalla nave. Erano adunque tutti periti, i marinai e gli ufficiali della Liguria?... Maledizione sui miserabili che avevano provocato l'incendio e l'esplosione!...
Il marinaio avanzava sempre, cercando qualche rottame della disgraziata nave per avere almeno un punto d'appoggio, ma la luna non rischiarava ancora sufficientemente il mare: bisognava aspettare che si alzasse di più sull'orizzonte.
Per la ventesima volta aveva lanciata la sua chiamata, quando gli parve di udire, in distanza, una voce umana.
S'arrestò anelante, trattenendo il respiro, rovesciandosi sul dorso per mantenersi a galla, senza aver bisogno di muovere le braccia e le gambe ed ascoltò con profonda ansietà.
No, non si era ingannato!... Dinanzi a lui, ad una distanza di tre o quattrocento metri, si udivano delle voci.
— Dei compagni!... — esclamò, con viva emozione. — Dunque non tutti sono morti fra l'esplosione? —
Con un colpo di tallone s'alzò su un'onda che stava per investirlo e lanciò un acuto sguardo dinanzi a sè.