Ripresero la raccolta delle noci e delle mandorle e quando il carretto fu ben carico, fecero ritorno alla loro abitazione.

Alla notte però, per prudenza, stabilirono i quarti di guardia. Non sapendo ancora chi erano quegli uomini sbarcati nell'isola, nè conoscendo le loro intenzioni, la più elementare prudenza li consigliava a vegliare.

Nessuna persona però, fu veduta ronzare nei dintorni dei recinti, nè quella notte, nè in quelle seguenti. Senza dubbio quegli sconosciuti non avevano più osato inoltrarsi in quella parte dell'isola e chissà, forse al pari dei naufraghi si tenevano lontani, temendo qualche brutta sorpresa.

Intanto il veneziano ed i suoi compagni continuavano a riempire i loro magazzini.

Tutti i giorni si recavano nella foresta e ritornavano col carretto carico di noci di cocco, di frutta d'artocarpo, di mandorle di cay-cay, di banani che poi mettevano in conserva nello sciroppo estratto dalle arenghe saccharifere e anche di nuova farina per rinnovare la loro provvista di pane.

Il veneziano aveva scoperte altre piante che ne davano di quella migliore e più abbondante. Aveva trovato, ai piedi della montagna, quei sagù che prima aveva cercato con tanta ostinazione ma con esito negativo.

Quegli alberi, che crescono dovunque nelle isole Indo-Malesi, anche allo stato selvaggio, non avendo bisogno di coltura, sono alti dai tre ai quattro metri, grossi uno e portano un ciuffo di grandi foglie.

Dopo sette anni si possono tagliare e allora dànno ognuno circa centocinquanta chilogrammi d'una fecola biancastra, simile alla farina che produce il frumento.

Quella fecola è racchiusa nel tronco, fra gl'interstizii di una densa rete di fibre. Tagliato l'albero in varii pezzi, con una mazza si fa uscire la polpa, la si passa allo staccio con un po' d'acqua e s'impasta formando dei pani.

Leggiermente torrefatta, può servire come minestra ed è eccellente.