Attaccarono la carretta al babirussa, vi gettarono dentro i loro pochi arnesi, le stoviglie, i pochi pezzi di tela che ancora possedevano e quante provviste vi potevano stare, poi legarono i volatili che erano ormai una ventina e fuggirono verso la caverna seguiti dalle due scimmie che conducevano i due piccoli babirussa e dallo Sciancatello che trascinava i due orsi.

Un quarto d'ora dopo giungevano nei loro vasti magazzini sotterranei. Albani ed il marinaio incaricarono il mozzo di mettere ogni cosa a posto, poi armati delle cerbottane e di due fasci di frecce avvelenate, fecero ritorno alla costa settentrionale, per sorvegliare le mosse di quel tia-kau-ting sospetto.

Quando giunsero sul margine della piantagione di bambù, il legno, spinto da una leggiera brezza che soffiava dal nordest, navigava lentamente verso l'isola, colla prora volta verso il luogo ove sorgeva la capanna aerea. Ormai non vi era alcun dubbio: l'equipaggio stava per approdare.

— Mille terremoti! — esclamò il marinaio, aggrottando la fronte. — Quelle canaglie hanno scorto la nostra capanna e vengono di certo a distruggerla.

— Noi non sappiamo ancora quali siano le loro intenzioni, Enrico, — disse Albani. — Forse vengono a cercare dell'acqua od a raccogliere del legname per riparare qualche guasto.

— Scorgete quel gruppo di persone a prora?

— Sì, lo vedo.

— Non vi sembrano uomini di colore?

— E per di più dei sulani o dei bughisi, poichè non iscorgo i larghi cappelli di rotang che usano i marinai chinesi.

— Allora sono pirati.