Premendo a loro di farlo cadere dalla parte del mare e precisamente sui tronchi dei mangostani, mandarono lo Sciancatello sul colosso a legare dei rotang, poi mentre il mozzo vibrava gli ultimi colpi di scure, il veneziano ed il marinaio si collocarono sulle due sponde della piccola cala, operando delle vigorose strappate con quelle solidissime fibre vegetali. Anche il mias li aiutava, mettendo in opera il suo vigore straordinario.

Alle dieci del mattino l'albero gigante, dopo una breve oscillazione, cadeva con grande fracasso, precipitando sui tronchi dei mangostani. I suoi immensi rami s'immersero nelle acque della cala, sollevando una vera ondata.

— Hurrà!... hurrà!... — urlarono i due marinai, giocondamente.

— Il più è fatto ormai, — disse il signor Albani, che non era meno lieto dei compagni. — Fra quindici giorni avremo finalmente anche la scialuppa. —

Essendo il tronco lungo quaranta metri, decisero di abbruciarlo in gran parte, bastando dieci metri per la costruzione della loro scialuppa.

Il mozzo fu incaricato di quel lavoro, operazione facile non dovendo far altro che raccogliere legna e badare che il fuoco non si spegnesse. Il marinaio ed il veneziano s'occuparono della costruzione del galleggiante.

Continuando però la stagione delle piogge, furono prima costretti a innalzare una tettoia per lavorare al coperto. Furono ancora i bambù che fornirono a loro il legname necessario e di facile lavorazione.

Tre giorni dopo, il veneziano ed i suoi compagni si mettevano al lavoro.

Mentre il mozzo manteneva un fuoco infernale attorno al tronco, carbonizzando lentamente la parte che non era necessaria, il veneziano ed il marinaio maneggiavano la scure e la pesante sciabola del pirata, per spianare la parte superiore del colosso.

Ottenuto lo spianamento, ricorsero anche loro al fuoco, accumulando grandi quantità di carboni accesi, i quali, a poco a poco, distruggevano le fibre interne del durion che poi venivano accuratamente livellate.