— Supponendo che l'Arcipelago fosse lontano trecento miglia, impiegheremmo?...
— Duecento ore, ossia otto giorni e otto ore.
— Ventre di pesce-cane!... — esclamò il marinaio. — Tanto da morire di fame con tutto comodo!...
— Se non di fame, per lo meno di sete, — disse il signor Emilio. — Col calore che regna su questo mare, non potremo resistere.
— E poi otto giorni senza chiudere occhio! — aggiunse Piccolo Tonno. — Temo di non dover più mai rivedere nè Ischia, nè Napoli.
— Nè io papà Merlotti, il taverniere di via Sottoripa, mio buon amico, — disse il marinaio. — Addio, Genova!...
— C'è tempo a morire, amici miei, — disse l'ex-uomo di mare. — È vero che questo mare è poco battuto dalle navi, ma possiamo venire raccolti da qualcuna, oppure venire spinti verso qualche isola dell'Arcipelago. Ve ne sono parecchie lontane dal gruppo principale e chissà che qualcuna non ci sia vicina.
— Per ora non ne vedo, signore.
— Navighiamo da mezz'ora, Enrico. Aspetta domani mattina o posdomani.
— Ma non abbiamo nulla da porre sotto i denti, signore.