— Non oserà avventurarsi fra i frangenti ed i banchi prima che sorga l'alba. Armiamoci di pazienza e aspettiamo. —
Si accoccolarono dietro ad una rupe per mettersi al riparo dal vento, che soffiava con grande violenza su quella vetta isolata e attesero l'alba, tenendo gli sguardi fissi sull'isola.
Intanto l'uragano s'avanzava con estrema rapidità, ma questa volta veniva da oriente. Ormai tutte le stelle erano scomparse sotto fitte masse di vapori che il vento spingeva innanzi a sè, ed il mare s'alzava muggendo sordamente ai piedi dello scoglio. Se continuava, Piccolo Tonno non avrebbe certo osato affrontare da solo, su una zattera, quelle onde.
Alle quattro un po' di luce cominciò ad apparire verso oriente, tingendo le onde di riflessi color dell'acciaio.
Albani, il genovese e Marino si erano alzati in preda ad una viva ansietà, fissando i loro sguardi verso l'isola. Parve a loro di distinguere, quasi subito, una macchia grigiastra che filava lungo i frangenti.
— È una vela! — esclamò il maltese. — Sono certo di non ingannarmi.
— Che quel bravo piccino si sia già messo in mare? — disse Enrico. — Ah! Come lo abbraccierei volentieri quel coraggioso ragazzo!
— Sì, è una vela, confermò Albani, dopo un'attenta osservazione. — Ha di certo costruita una zattera e issato un albero.
— No, una zattera, — disse il maltese, che si era arrampicato sulla punta più alta del cono. — Vedo una macchia nera di forma allungata sotto quella vela.
— Tu hai le traveggole, camerata.