Per due ore i naufraghi ed il mozzo continuarono a scambiarsi segnali, poi da una parte e dall'altra i falò si spensero. Ma nè Albani, nè Enrico, nè il maltese pensarono a dormire, nè ad abbandonare la vetta del cono, sperando di vedere apparire sulle spiagge dell'isola qualche altro fuoco.

Aspettavano ansiosamente l'alba, certi di vedere il mozzo navigare verso di loro con qualche zattera, ma pareva che quella notte fosse eterna e che le tenebre non volessero andarsene.

Anzi il tempo minacciava di mandare a male le loro speranze, poichè il cielo tornava a coprirsi di pesanti nuvoloni come se volesse far scoppiare un nuovo uragano, mentre la brezza aumentava soffiando, di quando in quando, con una certa violenza.

Se il mare tornava a montare, Piccolo Tonno non avrebbe certo potuto accorrere tanto presto a liberarli da quella prigionia, che ormai tutti trovavano insopportabile.

Verso le tre del mattino, il tuono cominciò a brontolare fra le nubi, mentre alcuni lampi solcavano il cielo verso l'est. Il mare già cominciava a muggire contro le spiagge dell'isolotto e sui frangenti.

— Mille milioni di folgori! — esclamò Enrico, furioso. — Che non ci lascino più, questi dannati uragani!

— Forse sarà l'ultimo della stagione, — disse Albani.

— L'ultimo o il penultimo, verrà a impedirci la partenza.

— Pur troppo, Enrico.

— Ah! Se Piccolo Tonno si affrettasse!