— Ed alla coda, — aggiunse il mozzo.
Lo squalo, che doveva aver seguito il rottame colla speranza d'impadronirsi, presto o tardi delle vittime, allungò il grosso capo appiattito verso l'albero, come se volesse conoscere più da vicino le prede e con un poderoso colpo di coda uscì più di mezzo dall'acqua.
I tre naufraghi, con un moto istintivo, pur tenendosi sempre a cavalcioni dell'albero, si erano gettati indietro, aggrappandosi ai cordami del pennone di gabbia, il quale mantenevasi ritto, mentre l'altra metà trovavasi sommersa.
— Su le gambe, — gridò Albani.
— Fulmini!...
— S. Gennaro mandi un accidente a quel mangiatore d'uomini!...
— Attenzione!... —
Lo squalo stava per ritentare l'assalto e certamente più impetuoso del primo, poichè quei mostri, sebbene pesino cinque ed anche seicento chilogrammi, sono dotati d'una agilità straordinaria. Con un colpo della loro possente coda riescono a slanciarsi fuori dall'acqua per parecchi metri, ed una volta ne fu veduto uno toccare perfino l'estremità del pennone di trinchetto d'una nave negriera, per impadronirsi d'un cadavere che era stato appositamente colà sospeso. Gli occhi del mangiatore d'uomini tradivano un'ardente bramosia e la sua bocca si era aperta smisuratamente, illuminandosi di quella luce vivida e sinistra che simili mostri proiettano durante la notte. S'immerse un istante come se volesse prendere maggiore slancio, poi si scagliò uscendo tutto intero dall'acqua, ma invece di colpire i naufraghi che si erano lasciati cadere precipitosamente, varcò l'albero e cadde dall'altra parte, imbrogliandosi fra i bracci del pennone, le sartie ed i paterazzi.
Quasi nel medesimo istante si udì Piccolo Tonno a urlare.
— Una scure!... Una scure!... —