— Il mare li ha inghiottiti, — disse il marinaio. — È inutile prolungare le nostre ricerche con questi colpi d'acqua che minacciano di trascinarci via.
— Disgraziati! — mormorò Albani. — Orsù, ritorniamo. —
Il maltese ed il mozzo, sbarcati i naufraghi presso la caverna, avevano riattraversato il canale e li aspettavano sotto la scogliera. S'affrettarono a raggiungerli e si fecero condurre sulla spiaggia.
— Pensiamo ai naufraghi, ora, — disse il veneziano. — Tu, Marino, va a tagliare una nuova bracciata di giunta-wan per asciugarci un po'. —
Capitolo XXXIV I tagali
I naufraghi si erano rannicchiati dinanzi ai tizzoni, gli uni stretti addosso agli altri, per asciugarsi le vesti grondanti d'acqua.
Come si disse erano cinque: tre ragazze, un giovanotto ed un vecchio.
Erano tutti tagali, abitanti che popolano l'Arcipelago delle isole Filippine. Questa razza è una delle più belle, delle più intraprendenti, delle più industriose e delle più gagliarde dei mari della China.
La loro carnagione non è olivastra come quella dei Malesi nè bruna come quella dei Bughisi, ma bensì rossastra. Le loro gote sono prominenti, ma il contorno del viso è più romboidale che quadrato, il loro naso un po' prominente, i loro occhi lievemente obliqui ma non stonano, anzi hanno una certa grazia.
Le tre fanciulle, che potevano avere dai quindici ai vent'anni, erano graziosissime, con certi occhietti vivaci e neri, la carnagione leggiermente ramigna, le labbra d'un bel rosso incarnato e con denti più bianchi dell'avorio.