— Parla, Enrico.

— Ecco qui il pezzo del pennone di pappafico rotto dalla coda dello squalo.

— Ebbene, cosa vuoi concludere?...

— Che non ci mancano nè funi, nè vele. Possiamo approfittare di questa brezza.

— È vero: affrettiamoci, amici. —

Si misero tutti tre al lavoro senza perdere tempo, sapendo per esperienza che in quei climi caldi le brezze notturne cessano, ordinariamente, col levar del sole.

Ritirarono il pennone spezzato che era stato trattenuto da una fune e lo rizzarono cacciando una estremità fra le crocette le quali servivano, in certo modo, da morsa.

Assicuratolo con dei pezzi di paterazzi e di sartie, ritirarono dall'acqua la vela di gabbia e servendosi dell'alberetto come d'antenna, la spiegarono meglio che poterono, cercando di mantenere più larga che era possibile, l'estremità inferiore.

La brezza che soffiava regolarmente ed abbastanza fresca, non tardò a gonfiarla e l'albero cominciò a filare verso l'est, lasciandosi dietro una leggiera scia gorgogliante.

Non manteneva una linea dritta, come ben si può immaginare e derivava di frequente per mancanza d'un timone o almeno d'un remo, ma pure guadagnava sempre e aiutava efficacemente l'azione della corrente.