Albani, che aveva allora terminato di lavarsi, guadagnò prontamente la riva, ma subito si arrestò.

Dalla caverna marina, usciva in quel momento il mostro che li aveva poco prima assaliti, tentando di tornare in mare.

Quel calamaro gigante faceva paura. Era di dimensioni enormi, poichè poteva pesare mille chilogrammi, biancastro ma quasi gelatinoso, con delle braccia lunghe sei metri, fornite d'un grande numero di ventose destinate a succhiare il sangue delle vittime, con un becco grandissimo, di sostanza cornea, che somigliava, nella forma, a quello dei pappagalli e con due occhi grandi, piatti, dai glauchi colori.

S'avanzava penosamente, essendogli state recise tre braccia e cercava di approfittare delle onde che la risacca scagliava contro la caverna.

— Fuggite! — gridò il signor Emilio.

Sul fianco destro della caverna si prolungava una fila di scoglietti, gli uni collegati agli altri da banchi di sabbie che la bassa marea aveva lasciati scoperti, e che si univano ai piedi dell'altra sponda.

I naufraghi senza più esitare si slanciarono verso quegli scogli, cercando di giungere presso la riva e si arrestarono dinanzi ad una rupe gigantesca che s'inalzava per due o trecento piedi.

Il calamaro gigante, fortunatamente, pareva che non pensasse a dare a loro una seconda battaglia, ma a raggiungere il mare. Attese che una nuova onda giungesse presso la caverna e quando la vide ritirarsi, si lasciò trascinare via.

Per qualche istante furono vedute le sue braccia agitarsi fra la spuma, poi l'intera massa scomparve sotto le acque.

— Buon viaggio! — gridò il marinaio, respirando liberamente. — Fulmini!... Come era brutto!... Non ne ho mai visto uno simile!...