— Non tornerà la tigre?...
— Non lo credo, d'altronde in caso di pericolo vi chiamerò. —
I due marinai si ritirarono sotto la tenda ed il veneziano si sedette presso il fuoco, dopo d'aver gettato sui tizzoni dell'altra legna.
Il resto della notte passò senz'altri allarmi, però il signor Albani ed il mozzo udirono, in mezzo alle foreste, urla di tigri, grugniti e sibili i quali indicavano a sufficienza, come quell'isola fosse ricca di selvaggina d'ogni specie e anche di animali pericolosi.
Urgeva quindi fabbricarsi tosto una solida capanna, per non correre il pericolo di venire assaliti o di passare le notti in continui allarmi.
— Andiamo, amici, al lavoro — disse il veneziano, quando spuntò il sole. — Prima di sera bisogna avere un ricovero.
— Non dimentichiamo però la carne lasciata dalla tigre, signore — disse il marinaio. — Se continuiamo a mangiare frutta, fra due settimane non potremo più reggerci in piedi.
— Con un po' di pazienza ci procureremo tutto, Enrico. Pensa che siamo sprovvisti d'ogni cosa, che siamo i più miseri di tutti i Robinson e che dovremo cominciare dalle cose di prima necessità. Fra un mese spero di non udirti più a lamentare.
— È lungo un mese, signore. Sapete che comincio a soffrire per la mancanza del pane?...
— Fra poco il pane abbonderà.