Scelse trenta bambù della specie gigante, li fece tagliare onde avessero tutti l'eguale lunghezza, quindi li dispose lungo le linee del rettangolo, mentre il marinaio, sull'alto della scala l'incrociava a metà, legandoli solidamente coi rotang recati dal mozzo.
A operazione finita, tutti quei bambù rassomigliavano a tanti X, le cui basi erano state infisse nel suolo, mentre le punte estreme dovevano servire a ricevere le traverse di sostegno destinate al piano della capanna. Si rifocillarono con un pezzo di babirassa arrostito dal mozzo, poi si rimisero al lavoro con febbrile attività, sulla cima dei bambù.
Alle quattro tutte le punte erano già riunite fra di loro con numerose traverse. Allora cominciarono a riempire i vuoti adoperando i bambù più grossi, formando il pavimento della capanna aerea che rinforzavano con continue legature.
La notte li sorprese, mentre stavano collocando a posto gli ultimi bambù.
— Basta, — disse il signor Albani, che era madido di sudore. — In questa prima giornata abbiamo fatto fin troppo e non bisogna stremare le nostre forze. Per questa notte ci accontenteremo di dormire a cielo scoperto.
— È una costruzione ammirabile, signore, — disse il marinaio che era orgoglioso del lavoro fatto.
— Solida, leggiera e sicura.
— Non saliranno le tigri?
— Siamo a dodici metri dal suolo e non credo che con un salto possano giungere fino a noi.
— Ma.... ed il camino? Non s'incendierà la nostra capanna, cucinando quassù?