Il capitano aveva dato ordine di aprire il boccaporto, per poter constatare la gravità dell'incendio. Il mastro ed alcuni marinai stavano levando già i passanti di ferro che servono come da catenacci.
Sotto si udivano dei cupi brontolii, dei ronzii sordi, poi delle detonazioni come se scoppiassero dei recipienti pieni di liquidi alcoolici, mentre il catrame delle commessure della tolda cominciava a ribollire in causa del calore interno.
Nessuno fiatava, ma sul viso di tutti quegli uomini si leggeva già una profonda angoscia. Quei volti abbronzati dal sole equatoriale e dai venti del mare erano diventati pallidi e quelle fronti, ordinariamente serene anche in mezzo alle tempeste, erano diventate cupe.
L'ultima traversa stava per venire levata, quando il boccaporto s'alzò violentemente, rovesciandosi sulla tolda come sotto una spinta misteriosa.
Subito una fiamma enorme, una vera colonna di fuoco, irruppe dalle profondità della stiva e s'allungò verso le vele di gabbia dell'albero maestro, illuminando sinistramente la notte e tingendo le onde di riflessi sanguigni.
Un immenso urlo d'orrore, d'angoscia, di spavento echeggiò sulla tolda della disgraziata nave, perdendosi lontano lontano sul mare.
Tutti si erano gettati indietro per non venire investiti da quella vampa mostruosa, che si contorceva colle selvagge contrazioni dei serpenti e perfino gli uomini delle pompe, avevano abbandonate precipitosamente le traverse.
— Ai vostri posti! — tuonò il capitano.
Il solo nostromo, un vecchio dalla barba bianca ma coi lineamenti energici, si mosse per spingere le manichelle sull'orlo della stiva.
Il capitano impallidì.