Ripiegarono in fretta le amache, sciolsero le vele e presero prontamente il largo, spingendo la scialuppa fra le onde del Meta. Don Raffaele ed Alonzo si erano collocati a prua muniti di lunghi remi per evitare le scogliere ed i banchi sabbiosi, mentre Yaruri si era messo alla barra.

La corrente del Meta si riversava nell’Orenoco con furia estrema, respingendo le acque del grande fiume, le quali si sollevavano in cavalloni altissimi. Si udivano scrosci, e muggiti formidabili echeggiare per ogni dove, mentre s’alzava una nebbia umidissima che ricadeva poi sotto forma di pioggia.

Don Raffaele ed i suoi compagni aguzzavano gli orecchi e gli occhi colla speranza di udire ancora il segnale o di scoprire il canotto, ma invano. Lo strepito della corrente copriva qualunque altro rumore e l’oscurità era troppo profonda per poter scorgere una piccola imbarcazione, fra tutte quelle isole e quegli isolotti boscosi che si stendevano dinanzi alla foce per un grande tratto.

— Che si siano nascosti dietro a qualche isola? — chiese Alonzo a don Raffaele.

— Tanto meglio, — rispose questi. — Rimasti dietro di noi, più nulla avremmo da temere.

— Quanta ostinazione in quegli uomini!

— Hanno interesse a mantenere celato il secolare segreto della Città dell’oro.

— Ma cosa vorrebbero fare?

— Non li hai compresi? Avvertire i loro compatrioti sullo scopo del nostro viaggio e prepararli a respingerci.

— Allora bisogna lasciarli indietro. Mi stupisce però come ci abbiano preceduti mentre noi abbiamo le vele.