Due giorni dopo la scialuppa, che mai si era arrestata nemmeno alla notte, giungeva dinanzi alla cateratta di Ature, la quale trovasi presso il Catenaparo, affluente di destra dell’Orenoco.
Questa cascata, al pari di quella di Maipuri, che trovasi più innanzi, oltre gli affluenti Toma e Taparro, è una delle più belle del mondo, ma è pure anche una delle meno difficili a superarsi, poichè perfino i piccoli canotti degli indiani osano affrontarla e senza rovesciarsi.
Non forma un vero salto ma una discesa rapida e relativamente poco alta, interrotta da un vero arcipelago di isolotti e di rupi, attraverso al quale le acque si precipitano con muggiti così formidabili, da udirsi a parecchie miglia di distanza.
Attraverso gli alberi che coprivano quelle isolette e quelle rupi che s’alzavano in forma di torri nerastre e semi-diroccate, si vedevano le onde accavallarsi, bianche di spuma, schiacciarsi, per così dire, attraverso ai passaggi, lanciando in aria una grande colonna di nebbia in forma d’ombrello, la quale si tingeva dei più splendidi colori dell’iride.
— Che rimescolamento d’acque! — esclamò Alonzo che ammirava la cascata, con viva attenzione. — Mi sembra impossibile che si possa superare quella corrente furiosa.
— Eppure passeremo, — disse don Raffaele. — Penserà Yaruri a guidarci.
— A vela?
— A remi, ma sarà necessario mettere in opera tutte le nostre forze e tutta la nostra abilità. Un colpo di barra male dato, basterebbe per farci naufragare. Spicciamoci: imbrogliamo le vele.
Tutti si misero all’opera. In pochi istanti tutta la tela venne calata e ripiegata attorno al piccolo bompresso ed alla boma della randa, poi vennero afferrati i remi. Alonzo si mise a prua, il dottore dietro di lui, don Raffaele a mezza barca e Yaruri a poppa essendo incaricato della direzione.
— Il passaggio? — chiese il piantatore.