Ma nè don Raffaele, nè Alonzo, nè Yaruri vi avevano fatto caso e si diressero verso l’abitazione, sulla cui soglia un uomo di bassa statura ma assai membruto, colla pelle oscura che aveva dei riflessi ramigni, con due occhi vivaci ed intelligenti e giovane ancora, poichè non poteva avere più di trent’anni, li attendeva.

Era l’intendente della piantagione, un bravo meticcio, o mammalucco, come chiamano laggiù gli uomini derivanti da un incrocio di negri e d’indiani, persone fedeli, coraggiose e sopratutto intelligentissime.

— Buona sera, padrone, — diss’egli levandosi cortesemente il largo cappello di paglia in forma di fungo. — Cominciavo ad inquietarmi e stavo per radunare alcuni negri per venire in vostro soccorso.

— Abbiamo ucciso il giaguaro, Hara, — disse don Raffaele, — o meglio è stato ucciso da quest’indiano con un buon colpo di wanaya.

— Non ho mai veduto quest’uomo, padrone.

— Lo credo, Hara. Viene molto da lontano. Dov’è Velasco?

— Sta visitando un negro che è gravemente ammalato.

— Cos’ha?

— Le febbri palustri, padrone.

— Velasco è un bravo medico e saprà guarirlo.