Il dottor Velasco non si fece pregare e si sedette fra i due cugini. Era un uomo che aveva varcato la quarantina come don Raffaele, alto, magro come un basco, ma tutto nervi. La sua pelle, cotta e ricotta dal sole equatoriale, era diventata già bruna come quella d’un meticcio, ed i suoi baffi avevano già cominciato a brizzolarsi.

Spagnuolo come don Raffaele, aveva emigrato da giovane in America, soggiornando lunghi anni nel Brasile, poi spinto da una potente passione per la storia naturale, aveva dato un addio alle città ed era andato a stabilirsi ad Angostura, sull’Orenoco. Amante però della natura selvaggia, intraprendeva delle lunghe peregrinazioni sul fiume gigante, visitando le numerose piantagioni sparse sulle sponde, ove metteva in opera la sua scienza e la sua lunga pratica medicando schiavi e padroni, ma facendo sopratutto raccolta di piante, di uccelli e di animali che poi regalava ai musei spagnuoli.

Don Raffaele era uno dei suoi migliori amici e quantunque la piantagione di lui fosse la più lontana di tutte, non mancava di visitarlo ogni quattro o sei mesi.

— Ebbene, giovanotto, — diss’egli rivolgendosi verso Alonzo che stava intaccando un pappagallo arrosto con un appetito invidiabile. — L’avete ucciso il giaguaro?

— È stato ucciso, dottore, ma non da me.

— L’avete mancato?

— Pur troppo.

— Oh che cacciatore!

— Sono alle mie prime armi, dottore.

— È vero e non avete che diciott’anni. Alla vostra età non si cacciano che i pappagalli. Ma.... to’! Cosa fa quell’indiano?