S’arrestarono qualche giorno per provvedersi di carne fresca, abbattendo alcuni formichieri che avevano sorpresi presso un formicaio di termiti, poi proseguirono il viaggio passando dinanzi la foce del Zuma, affluente di sinistra e quindi a quella del Guaaviari chiamati anche Attavapa, uno dei più grossi che ha la sorgente presso Quito e che per lungo tempo fu creduto il tronco principale dell’Orenoco.
Dopo una nuova fermata per riposarsi, essendo sfiniti dal duro esercizio del remo, oltrepassavano le foci dell’Inirida, affluente pure di sinistra, poi dell’Atalapo che pare comunichi col Rio Gruainini, affluente del Cassiquari, e undici giorni più tardi, dopo d’aver attraversato regioni deserte e assolutamente selvagge, giungevano all’imboccatura del Venituari, il fiume che doveva condurli alla tanto sospirata Città dell’oro.
Nello scorgere le acque di quel fiume che si scaricavano nell’Orenoco con grande furia, Yaruri, per la prima volta, pronunciò il nome di Yopi.
— La vita d’Yopi è mia! — esclamò egli, con accento intraducibile.
Poi spinse il canotto verso la sponda, lo arenò profondamente su di un banco di sabbia, abbandonò i remi, incrociò le braccia sul petto e guardando fisso fisso don Raffaele con due occhi che lampeggiavano, disse:
— Parliamo, padrone.
— Cosa vuoi dire? — chiese il piantatore, un po’ sorpreso da quell’esordio inaspettato.
— Io ho mantenuto fedelmente parola e ti ho condotto sulla via che conduce a quella famosa città dell’oro che i tuoi compatriotti, da secoli, invano cercano. Io tradisco la mia tribù, tradisco il segreto da tanti anni celato agli uomini della tua razza; forse io sarò il distruttore dei miei fratelli, dei figli di quegli uomini che scesero dalle lontane regioni ove il sole tramonta per sfuggire all’oppressione degli uomini bianchi, e tutto questo per vendicarmi di Yopi. Ora esigo da te, padrone per oggi, ma non domani perchè sono indiano libero, che mi aiuti nella mia vendetta.
— Parla, Yaruri, — disse don Raffaele.
— Sei sempre risoluto a seguirmi?