Don Raffaele, Alonzo ed il dottore non fiatavano, ma quei suoni producevano su di loro un effetto che prima non avevano mai provato. I loro nervi certi momenti si eccitavano e poi, tutto d’un tratto, si calmavano e si sentivano invadere da una spossatezza inesplicabile.
— Cosa suona quell’indiavolato indiano? — diceva Alonzo. — Provo un malessere che non so spiegare.
— Attenzione! — esclamò il dottore.
Sotto i cespugli, sotto le foglie secche degli alberi giganti si udivano dei leggeri crepitii che s’avvicinavano lentamente. D’improvviso apparve un serpente, poi un altro, poi altri dieci, venti, cinquanta, cento.
Da tutte le parti della foresta accorrevano, attratti da quella musica che doveva essere per loro irresistibile. Si vedevano strisciare gli urutù striati di bianco, con una croce sul capo; i giboia o boa constrictor, lunghi dieci e perfino dodici metri e grossi come la coscia di un uomo, ma affatto inoffensivi, anzi sono facili ad addomesticarsi e si tengono nelle case per sbarazzarle dai sorci; i pericolosissimi cobra cipo, lunghi tre metri, sottili come un cannello, colla pelle color verde pallido; i caniana e i serpenti ceralacca, rettili avidissimi del latte e che di notte penetrano nelle capanne degli indiani per succhiare il seno delle donne lattanti; i terribili ay-ay colla pelle nera e così velenosi che le persone colpite hanno appena il tempo di mandare un grido che già muoiono; i bociniga o serpenti a sonagli i quali, strisciando, facevano tintinnare i loro sonagliuzzi cornei in forma di piastre; i serpenti cacciatori, colla pelle tigrata e che sono i più audaci di tutti, ed i velenosissimi serpenti corallo.
Tutti quei rettili si erano fermati intorno al gruppo formato da Yaruri e dai suoi compagni e col capo alzato, gli occhi ardenti, ascoltavano, affascinati, quella strana musica.
Don Raffaele, Alonzo ed il dottore, inchiodati al suolo dal terrore, non facevano il più piccolo movimento per tema di vedersi precipitare addosso quei battaglioni di rettili. Yaruri invece, impassibile, tranquillo, continuava a suonare il suo istrumento cavando delle note sempre più languide, più affascinanti per quella turba di serpenti più o meno velenosi.
Quando non vide uscirne altri dalle misteriose profondità della foresta, si mise in cammino passando su un tratto di terreno lasciato libero. Vedendo che i compagni non lo seguivano, fece a loro un gesto energico che voleva dire:
— Venite, o siete morti!...
— Andiamo, — disse il piantatore, tergendosi il freddo sudore che bagnavagli la fronte. — Vicini a Yaruri, nulla abbiamo da temere.