— Forse come medicina?

— No, vi ho detto che la mangiano quando sono a corto di viveri, — disse il dottore. — All’epoca dello straripamento dell’Orenoco, tutta la selvaggina abbandona queste sponde per ripararsi sui monti o sulle alture, sicchè per un buon mese gl’indiani, che non hanno l’abitudine di conservare grosse provviste, si trovano ben presto in lotta colla fame. Gli Ottomachi allora ricorrono alle pallottole di creta che hanno raccolte sulle sponde del fiume e che hanno fatto seccare. Dicono che bastano per ingannare il ventre, ma aggiungerò che sono tanto ghiotti di queste poya, come le chiamano loro, che anche in mezzo all’abbondanza non possono fare a meno di rosicchiarne qualcuna dopo il pranzo.

— E le mangiano così dure?

— No, le bagnano e poi le divorano con un appetito formidabile.

— Ma che sapore devono avere queste pallottole?

— Di creta, ma un po’ dolce.

— Se fosse un’altra persona che mi raccontasse simili cose, vi giuro, dottore, che non crederei. Degli uomini che mangiano la terra!... S’è mai udita una cosa simile?

— Non è poi tanto sorprendente, giovanotto mio. Vi sono molti altri popoli selvaggi che mangiano la creta: i Neocaledoni per esempio, alcuni popoli dell’arcipelago indiano, alcune tribù dell’Africa ed alcune di Pelli-rosse delle rive del Makenzie, nell’America del Nord. Anche i Giavanesi mangiano la creta l’ampo, che sono tavolette di terra cotta e ne fanno un consumo enorme.

— Ho veduto anche dei negri in alcune piantagioni a mangiare la creta, — disse don Raffaele.

— Ma la cosa più strana e inesplicabile è che in queste regioni, anche gli animali e gli uccelli, mangiano la terra, — disse il dottore. — Si direbbe che questo clima spinge uomini e animali a nutrirsene.