—Udite? chiese con una voce che l'eco rendeva sepolcrale.

Elenka rabbrividì e tese l'orecchio. Dal fondo del corridoio venivano dei gemiti interrotti, del mormorii vaghi che andavano man mano crescendo per poi morire improvvisamente come se colui che li avesse emessi fosse d'un sol colpo morto.

—Chi è? chiese ella spaventata.

—Il prigioniero che muore di fame, rispose il dongolese.

—Miserabili!…

—Il greco così ha voluto.

—Tira innanzi, disse Elenka con aria minacciosa.

I dongolesi ubbidirono e poco dopo si arrestavano dinanzi alla porticina ferrata sulla quale scorgevansi delle sculture rappresentanti degli ibis, uccelli tenuti per sacri dagli antichi Egizi e Nubi cui dedicavano spesso dei templi. Elenka tremò tutta nell'udire i lamenti e le sorde imprecazioni dello sventurato Abd-el-Kerim, che contorcevasi fra gli spasimi della fame.

La porta venne con gran fatica aperta. Ella strappò una torcia dalle mani dei dongolesi, fe' a loro cenno di aspettarla all'uscita del corridoio ed entrò risolutamente nel sotterraneo umido e freddo.

In sulle prime non fu capace di vedere che dei pipistrelli che svolazzavano mandando strida di spavento all'apparire di quella improvvisa luce, poi scorse in un angolo, sdraiato a terra, colla testa fra le mani, l'Arabo Abd-el-Kerim. Tutta la sua collera che ancora rimanevagli in fondo al cuore svanì come la nebbia al sole: una profonda compassione generata dall'immenso amore che nutriva ancora pel traditore, la prese e rimase ritta sulla porta senz'essere capace di dir verbo.