Ella si gettò fuori della macchia con un pugnale in mano, ma non fece dieci passi che si sentì afferrare per di dietro e gettare violentemente al suolo. Nagarch, poichè era lui, le pose un ginocchio sul petto, le prese ambe le mani serrandole fra le sue come in una morsa, e dopo di averle intorpidite con una violenta torsione le legò per bene.

L'almea quantunque stordita dal colpo e sorpresa dall'improvviso attacco si dibattè furiosamente cercando di risollevarsi ma le fu impossibile. Si mise a ruggire come una leonessa prigioniera.

—Sta ferma, le disse brutalmente il dongolese percuotendola col rovescio del suo scudo. Se continui a muoverti tornerò a torcerti le braccia fino a slogartele.

—Lasciami andare, maledetto da Dio! urlò l'almea digrignando i denti. Lasciami andare, vigliacco!

Il dongolese per tutta risposta si mise a fischiare.

—Lasciami andare, orribile mostro, o io ti sbrano colle mie unghie!

—Sta in guardia, almea, disse Nagarch. Fra poco verrà una donna che ti farà pagar caro l'amore che tu nutri per quell'arabo e ti farà rimpiangere la tua bellezza.

—Chi? chi? chiese con voce strozzata Fathma.

B'allai! La bella greca, la rivale che volevi ammazzare.

L'almea fece un soprassalto così brusco che per poco il dongolese non fu rovesciato.