—Fermate! Fermate! urlarono essi correndo.

Abd-el-Kerim comprese il pericolo e si raddrizzò, ma la greca si era aggrappata disperatamente alle braccia di lui.

—Lasciami, mostruosa creatura! balbettò egli fuori di sè.

—Abd el-Kerim, ti amo, ti adoro, perdonami! mormorò con voce fioca
Elenka. Fa di me quello che vuoi ma rimani!

Egli la trascinò seco per dieci o dodici passi, poi con una violenta scossa l'atterrò e l'abbandonò mezza stordita fra le erbe, ripigliando la fantastica corsa sotto gli alberi.

Il sangue gli oscurava la vista, le arterie gli battevano febbrilmente e parevagli che delle lingue di fuoco gli serpeggiassero per le vene e salissero su, su fino al cervello. Gli parve di essere diventato pazzo o di essere in preda ad uno spaventevole incubo che perdurava per quanto facesse per risvegliarsi.

Corse per un'ora, smarrendosi fra i meandri della gigantesca foresta, fugando le iene e gli sciacalli che rompevano il silenzio della notte con orribili scrosci di risa e urla interminabili, poi si fermò, anelante, spossato, colla spuma alle labbra.

Tutto ad un tratto udì un grido straziante, terribile, prolungato; era un grido d'angoscia, una invocazione suprema, un appello disperato. Nell'udirlo, i capelli si rizzarono sulla fronte e il sangue poco prima infiammato gli si gelò nelle vene.

—Dio! Dio! qual voce! balbettò egli. Dove ho udito io questa voce?
Sono o non sono sveglio. Avanti! avanti!

Partì come una freccia coll'jatagan in mano, dirigendosi verso un macchione di piante di palme dal quale era partito il grido e sbucò in una piccola radura.