—Che ne so io? Sono sì mostruosi quel fratello e quella sorella!
—Guai a loro se avessero ad accusarti dinanzi a Dhafar pascià.
Quando giunsero al campo il piccolo esercito ne usciva, fra uno squillar acuto di trombe, un rullare fragoroso di tamburi e gli evviva della popolazione d'Hossanieh, accorsa in massa a vederlo partire. I fanti marciavano in testa coi fucili in ispalla e le bandiere spiegate, i basci-bozuk caracollavano superbamente ai fianchi, colle scimitarre in pugno, che brillavano ai raggi del sole equatoriale e l'artiglieria veniva dietro spalleggiata da una moltitudine di mahari, di cammelli, d'asini e di cavalli carichi di viveri, di munizioni e persino d'armi.
Dhafar pascià appoggiato alla sua scimitarra, con una sigaretta fra le labbra, circondato dal suo stato maggiore che teneva un piede nelle staffe degli ardenti corsieri, assisteva impassibile allo sfilamento.
Abd-el-Kerim fu il primo a presentarsi dinanzi a lui.
—Dhafar pascià, gli disse, piantandoglisi dinanzi con aria tutt'altro che rispettosa. Che scherzo avete voluto farmi?
Il pascià a quella domanda direttagli bruscamente e con tono quasi di minaccia, si volse colla fronte alquanto aggrottata.
—Ah! sei tu, Abd-el-Kerim! esclamò. Credeva che tu arrivassi tardi.
—No, arrivo in tempo, ma par chiedervi che scherzo m'avete fatto. Chi vi suggerì l'idea di far arrestare Fathma? Di che la si accusa?
—Sei innamorato di quella donna!